GASPARA SPAMPA cantò il suo amore per Collaltino di Collalto
Recensione dal libro di: Francesca Santucci, Donna non sol ma torna musa all'arte ed.IL FOGLIO 2003

 

Gaspara Stampa, la voce più autentica e spontanea della poesia erotica italiana del sedicesimo secolo, nacque a Padova nel 1523 da una famiglia milanese nobile e colta ma di scarse risorse economiche, perciò costretta a passare al commercio e, nel 1531, alla morte del padre Bartolomeo, si trasferì a Venezia con la madre, il fratello Baldassarre (anche lui poeta) e la sorella Cassandra.
A Venezia tutti e tre i giovani ebbero una buona educazione letteraria ed artistica purtroppo Baldassarre, dalla solida cultura umanistica e ottimo verseggiatore, morì a soli vent’anni, però quest’evento, che pure colpì le donne dolorosamente, non le spinse ad isolarsi e a chiudersi, anzi, ben presto la loro casa divenne centro di vita mondana, aperta ai nobili e ai letterati veneziani, che la frequentavano attratti dalle due sorelle, di bell’aspetto e brave suonatrici e cantatrici; in particolare Gaspara, che conduceva vita libera e spregiudicata, si meritò grande ammirazione per la sua vivacità intellettuale, per l’arte dimostrata nel canto e nella poesia, e per la straordinaria bellezza. 
Pare che Gaspara fosse anche socia dell’Accademia dei Dubbiosi col nome arcadico di Anassilla, nome pastorale che aveva tradotto dal termine latino del Piave (Anaxum), il fiume che bagnava il feudo di Collaltino, l’uomo amato perdutamente, e che prendesse parte alle feste pubbliche allestite dai soci della "Compagnia della Calza", apprezzata e vezzeggiata insieme alla sorella Cassandra.
La sua breve vita di donna libera e spregiudicata trascorse intensa tra amori fugaci e appassionati, tra i quali dominò la tormentosa relazione d’amore, poi troncata dall’amante, che dal 1548 al 1551 la legò al conte Collaltino di Collalto, di cui pianse la lontananza quando il conte andò in Francia al servizio del re e poi l’abbandono.
Il conte, suo coetaneo, era un mediocre rimatore, un mecenate molto lodato dall’Aretino, che apparteneva ad una valorosa famiglia feudale della Marca Trevigiana, proprietaria di tre feudi nella marca trevigiana: il castello di Collalto, non lontano dal Piave, quello di San Salvatore, su una pittoresca collina, e quello di Credazzo e Rai nella pianura.
Tra i frequentatori di casa Stampa, Collaltino entrò in relazione con le due sorelle, e presto Gaspara ne restò affascinata. Da parte sua fu un amore sincero, accolto con dedizione totale, un sentimento quasi disperato, specie quando nella giovane si accentuò il senso d’inferiorità rispetto al suo signore, che deve averla amata senza slancio, se pur l’amò, più per vanità che per trasporto.
Collaltino si assentava spesso, era lontano da lei, nei suoi feudi, a Parigi, al seguito del re di Francia o, attratto dal mestiere delle armi, a combattere in giro per l’Italia, e Gaspara soffriva immensamente della lontananza, seguendone le imprese con ansia, aspettandolo con trepidazione e, quando lo sapeva nei suoi feudi, lo raggiungeva al castello, umiliandosi in un amore che riconosceva essere disuguale,  ma al quale non sapeva rinunziare.
Tempestoso e doloroso fu dunque il suo legame con il conte, ma tutto perdonò e tutto accettò in profonda sottomissione per tre anni, infine, sopraffatta dalla propria gelosia, e dalla lontananza e indifferenza dell’uomo, pur essendone ancora innamorata si legò ad un secondo amore, il patrizio veneto Bartolomeo Zen.
In seguito alla separazione dal conte tuttavia il cuore della giovane non si rasserenò, anzi, Gaspara cominciò a ripensare alla tumultuosa vicenda, e ciò fu da preludio a un distacco da quanto avevo reso agitato e febbrile la sua breve esistenza. 
E così, insieme ai sonetti di trepido sbigottimento, troviamo quelli animati da fervore religioso, che pure non placano l’ardore del suo cuore.
Testimonianza di questo grande amore, sicuramente blandamente ricambiato, se non addirittura unilaterale per il conte Collaltino di Collalto, uomo ricco e vanitoso, sfuggente e infedele, sono le Rime, un canzoniere, dedicato a Giovanni Della Casa, che raccoglie trecentoundici composizioni, sonetti, madrigali, canzoni, sestine e capitoli, su modello petrarchesco.
Così si espresse Benedetto Croce sulle Rime:
Il canzoniere di Gaspara Stampa non attirò l’attenzione dei contemporanei, troppo letterati per gustare quelle disadorne rime, e poco sensibili alla commossa realtà umana;rimase obliato per circa due secoli, quando fu ridato in luce per la storica vanità dei discendenti di quel feudatario veneto che ella aveva amato ed esaltato nei suoi versi;e, in questa ricomparsa, venne collocato in luce alquanto falsa.E diversamente falsa fu anche la luce che vi riverberò la critica romantica o romanticheggiante, disposta a vedersi raffigurata la vergine illusa, ingannata, tradita e morta dallo schianto. Ma ora che si può leggerlo senza preconcetti sentimentalistici e moralistici, aiutati
altresì dalle indagini degli eruditi su quei circoli della società veneziana nei quali Gaspara visse la sua calda e rapida vita d’arte e di amore, ha ripreso le genuine sembianze e piace in quello che vuol essere ed è: non già alta poesia, ma, come si è detto, un epistolario o un diario d’amore. Altre letterature, e segnatamente la francese, hanno molti di tali famosi epistolari e diari: nella letteratura italiana c’è almeno quest’uno schietto e sincero, in versi.
Nei suoi versi Gaspara confessò l’esaltazione dei momenti felici e mise a nudo le ansie e i turbamenti dell’animo, scosso dai fremiti della gelosia e del sospetto, che si trasformò in dolorosa certezza nel momento dell’abbandono definitivo.
La struttura di questo diario d’amore è dichiaratamente petrarchesca: il canzoniere si apre con un sonetto proemiale, Voi, ch’ascoltate in queste meste rime, e si chiude con una poesia di pentimento. Le citazioni dal Petrarca sono innumerevoli, ma la Stampa non riesce a dominare lo stile e adopera il lessico e i moduli petrarcheschi in modo superficiale ed ingenuo, fermandosi ad un’imitazione di maniera.
Ciò che conferisce grande fascino ai suoi versi è l’ispirazione sincera, che risiede specialmente nella forza e nel tormento della passione, e che l’autrice riesce a far vivere nel testo poetico con accenti di autentica drammaticità. Questa umanità è resa più intensa, in alcuni momenti, dall’acume con il quale la poetessa coglie e indaga le contraddizioni legate al suo stato di cortigiana, non protetta dal matrimonio o da una condizione socialmente accettata; tuttavia la confessione dei moti dell’animo, se ha grande interesse umano e psicologico, nuoce alla riuscita stilistica, perché ostacola il pieno controllo degli strumenti espressivi e danneggia l’equilibrio formale.
Si pensa che Gaspara abbia soggiornato per un certo periodo a Firenze, di certo morì a Venezia nel 1554, dopo quindici giorni di febbre; poco dopo la sorella Cassandra fece pubblicare le sue poesie e tre anni dopo Collaltino di Collalto si sposò.
Le Rime, dopo la prima pubblicazione, caddero nell’oblio per quasi due secoli, solo verso la metà del Settecento, per iniziativa del conte Antonio Rambaldo di Collalto, discendente di Collaltino, ne fu preparata la seconda edizione e, insieme alle poesie della Stampa, furono pubblicati undici sonetti di Collaltino e i versi del fratello di lui, ma è soprattutto in epoca romantica che sarà amata la sua poesia, e ancora ai primi del Novecento un suo celebre verso, viver ardendo e non sentire il male, è fatto proprio dal personaggio più autobiografico di Gabriele d’Annunzio, Stelio Effrena, protagonista del romanzo "Il fuoco" che, a suggello di una particolare concezione della vita, diceva della Stampa: Io so di lei un verso magnifico: Vivere ardendo e non sentire il male.
Fuorviante può essere però questa considerazione estetizzante per la comprensione della Stampa, il cui valore poetico rimane quello d’aver rifiutato l’esperienza retorica dei contemporanei e l’aver piegato la poesia all’uso immediato dell’espressione della sua verità autobiografica, il suo diario amoroso, riconducendo termini e luoghi del dettare sublime al  linguaggio privato, talvolta in trascrizione meccanica del petrarchismo o con l’uso di un linguaggio parlato e prosastico, ma in passione e sincerità, che non può non renderla voce unica nel panorama letterario del Cinquecento.


 


 
Bianca di Collalto: (dal libro “Collalto” di A. Menegon)

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